8 MARZO. EVOLUTE MA SEMPRE CENERENTOLE. SE CONFRONTIAMO PERO’…

Ogni 8 marzo è di rigore parlare bene delle donne, del grande contributo che danno al nostro progresso sociale e civile, dei grandi sacrifici che fanno nel contemperare il ruolo di madre e moglie con quello di lavoratrice e così via adulando. Passata la festa ciascuno di noi uomini – dirigenti, impiegati, commercianti o vigili urbani – torna alla sua vita quotidiana di cui la sopraffazione soft o hard, a volte perfino affettuosa delle donne a lui vicine – mogli, compagne, figlie, collaboratrici – costituisce un ingrediente abituale. E' un fatto che negli ambienti di lavoro solo un'esigua minoranza di donne raggiungono posti di comando. E anche quando ci riescono la tentazione di relegarle comunque in una posizione subalterna, come mostra l'episodio di vita vissuta raccontato in questo articolo, è del tutto normale. Nonostante ciò sarebbe un errore drammatizzare più di tanto la persistente debolezza della condizione femminile nel nostro paese quando questa condizione, in molte culture ormai a noi sempre più vicine, appare condannata anche formalmente ad uno stato di ben diversa inferiorità. Culture dove le mutilazioni sessuali, le violenze fisiche, il ripudio ad nutum, la poligamia, l'inferiorità civile sono non il prodotto di degenerazioni di tipo individuale ma di costumi radicati nella legge e, ciò che è ancora peggio, nella religione. Ecco perché è diventato di importanza ancora più grande riaffermare – ogni giorno, e non solo ogni otto marzo – che i diritti delle donne nella nostra società sono esattamente uguali a quelli degli uomini e lavorare perché questa uguaglianza di diritti sia sempre più sostanziale e sempre meno formale

di Greta Zelle

Lunedì mattina. Mi sono vestita e truccata con cura, devo partecipare ad una riunione piuttosto importante, che si aprirà con la mia relazione. Inizio settimana pesante ma poi andrà meglio, penso.


In ufficio
sono tutti un po’ nervosi, normale, normale.
Scendo le scale, apro la porta della faraonica sala riunioni. Sono in leggero anticipo, come sempre sul lavoro, invece nella vita privata accumulo ritardi cronici. Forse perché ci sono due figli e una casa a cui pensare, chissà.
Do un’occhiata  all’elenco dei partecipanti, molti nomi conosciuti, qualche amico, qualche sconosciuto, normale anche questo.
Sto per concentrarmi sui miei appunti, aprire una riunione di questo tipo, anche se lo faccio ormai da anni, continua a darmi una certa inquietudine, che esorcizzo con una preparazione ossessiva. Mi siedo volutamente in disparte, è una mia abitudine, tanto poco prima di iniziare il Presidente mi verrà vicino e mi inviterà accanto a lui, sorrido fra me e me, è una piccola soddisfazione, me l'aspetto e mi piace.

Uno sguardo d'insieme, i partecipanti sono ancora tutti in piedi, noto di essere l’unica donna, non succede spesso ma siamo comunque una minoranza, oggi, invece…
Mi si avvicina con un sorrisetto compiaciuto, un’aria di evidente superiorità. Ti stai sbagliando, mi dico, sei la solita sospettosa. Invece si rivolge proprio a me, io seduta, lui in piedi, il tono di voce autoritario di chi dà ordini: “Signora, può provvedere a regolare le luci e l’aria condizionata?”
E’ uno degli sconosciuti, un colonnello, lo leggo dai gradi in bella mostra sulla divisa.
“Veramente… ” sto per rispondere. Ha dato per scontato che, fra tutti, e siamo quindici persone, l’assistente di sala riunioni sia io, invece è un uomo, guarda un po’.
Però è solo questione di un attimo, decido e mi alzo, mi avvicino al quadro comando luci. Premuroso, l’assistente mi si affianca. “Dottoressa, che le serve?” “Nulla, grazie, faccio io”. Gli sorrido per rassicurarlo e traffico un po’ con l’ignoto pannello di comando. Clanc clic, non era così difficile, tutte le luci si accendono, comprese le spie rosse dei microfoni, il leggero ronzio dell’aria condizionata mi conforta, la temperatura si regolerà da sola.

Qualche leggero colpo di tosse segnala che è ora di iniziare. Come previsto, il Presidente mi cerca con lo sguardo, un cenno del capo, devo sedermi accanto a lui, sono il primo relatore. “Ma che facevi con quegli interruttori?” “Che si fa con un interruttore? Si schiaccia e si accendono le luci!” rispondo serafica. Lui alza gli occhi al cielo, magari pensa che anche oggi ho la luna storta ma non gliene importa proprio niente, basta che la mia relazione sia sintetica e completa, che la riunione non subisca intoppi, che tutto si concluda bene e in fretta. Ha ragione, così ci sta facendo carriera.
Uno sguardo al “mio” colonnello, ha una faccia così stupita che mi viene quasi voglia di consolarlo. Bene, iniziamo, i saluti del Presidente, due parole di presentazione e poi tocca a me. La relazione fila via liscia che è un piacere, i miei appunti praticamente non mi servono, conosco l’argomento a memoria, dopo aver esaminato tutti i punti mi lancio anche nell’illustrazione delle varie ipotesi di lavoro, oggi sono proprio in vena.

Leggermente perfida, punto ogni tanto lo sguardo su di lui, che sembra concentratissimo sulle sue carte; quasi tutti prendono appunti, lui no, mi sembra un pochino confuso, i suoi collaboratori – se ne è portato appresso un numero veramente esagerato – scrivono sui loro portatili, bene, bene.
Termino, il Presidente propone un giro di tavolo, nessun intoppo, decisioni prese e via, possiamo tornare tutti ai nostri uffici. Come al solito, saluti e strette di mano, con gli amici ci scambiamo baci e promesse di vederci prestissimo, che probabilmente non manterremo. Riprendo le mie carte, forse da oggi il colonnello starà un pochino più attento. O forse no, chissà.

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